Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

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Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

Era la fine degli anni sessanta, quando Sergio Endrigo cantava “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Non ho la minima intenzione di rovinare la poesia di questo testo, ma qualche giorno fa mi è tornato in mente contestualizzato al lavoro.

 

In questo brano il concetto è che se una cosa è lontana dagli occhi, allora farà soffrire di meno.

Il che spesso è molto saggio in amore.

 

Se lo penso legato al lavoro, però, una cosa lontana dagli occhi rischia di non far battere il cuore, il che non sempre è un bene.

Provo a spiegarmi meglio.

Ci sono periodi in cui le cose da fare si sommano, magari anche ingarbugliandosi, e guardando il quadro d’insieme ci si sente sopraffatti.

In questi momenti il pericolo che si corre è di restare immobili.

Si fatica a prendere decisioni perché si ha paura di sbagliare.

D’improvviso sembra tutto “troppo” e se ci si muove si rischia di lavorare tanto senza raggiungere alcun risultato.

 

Il famoso criceto nella ruota.

 

A complicare il tutto si aggiunge la componente emotiva perché tutto questo affannarsi a tenere in piedi tutto, non fa altro che aumentare la frustrazione e il disordine iniziale.

E si ricomincia il processo daccapo.

 

Questi sono i momenti in cui val la pena procedere guardando vicino, anzi: vicinissimo.

Spacchettare le attività in piccolissimi passaggi aiuta ad avere le cose sotto controllo, ci fa sentire che stiamo procedendo, e in automatico, passo dopo passo, ci fa calmare.

In questo modo le attività che prima sembravano ingarbugliate, come per magia, si dipanano e noi torniamo a sentirci più sicuri e forti.

Quindi sembrerebbe che “guardare vicino” sia risolutivo.

Ma questa modalità nasconde un tranello in cui è facile cadere.

Guardando il dettaglio, infatti, non si perde solo la visione d’insieme, ma anche la luce che illumina la direzione in cui andare.

Non si vede più quello che fa battere il cuore e che permette di andare avanti anche quando le cose si complicano.

In queste ultime settimane sono caduta in questa trappola.

 

Piano piano hanno iniziato ad arrivare mille complicazioni esterne, che si sono andate a sommare alla quotidianità (già si per sé sufficientemente complessa), e un giorno, guardando tutto ciò che avevo davanti, mi sono sentita annaspare.

 

Così ho respirato e ho iniziato a pensare a piccoli passi, che mi permettessero di avanzare e arrivare ad un punto dove non mi sentissi così travolta.

Rimesse in fila le attività, ristabilite le giuste priorità e smarcate le cose operative, mi sono sentita più calma e sicura; e a quel punto ho trovato il tempo per alzare lo sguardo.

Mi sono trovata davanti due cose.

Vicino a me c’era il quadro d’insieme, a quel punto armonioso ed equilibrato.

Poi, più lontano, un disegno sfocato.

 

Il problema era che il quadro d’insieme mi sembrava vuoto. Bello, ordinato, ma vuoto.

E per un attimo ho titubato: mi sono chiesta se presa dalla quotidianità non avessi intrapreso una deviazione che mi aveva portato fuori strada.

E così ho deciso di sforzarmi per mettere a fuoco quello che vedevo sullo sfondo, per ritrovare la mia visione.

 

Per farlo mi sono dovuta concentrare sul lontano, anzi sul lontanissimo.

Grazie a questo sono riuscita a distinguere nuovamente i valori, gli ideali, i desideri che mi avevano spinta a iniziare il mio cammino.

E una volta rimessi a fuoco quelli, anche il quadro d’insieme ha ripreso colore e significato.

 

Trovo che questo esercizio sia un’attività da ripetere costantemente.

Non penso sia facile, ma sicuramente è efficace.

Ciascuno deve costruire il suo equilibrio.

Io, oggi, mi sono assestata su tre fasi.

Una, il vicinissimo, è quella che compio ogni mese, quando faccio il bilancio del mese che si chiude e organizzo quello che si apre.

Questo focus ravvicinato mi aiuta a tenere a bada ansie e timori.

A questo si affianca un’attività che svolgo più o meno trimestralmente, che è quella di alzare lo sguardo e focalizzarmi sul panorama vicino.

Guardare se ci sono state deviazioni, e capire dove queste deviazioni mi hanno portata.

Ascoltarmi e sentire se qualcosa non ha funzionato e perché.

E infine porto lo sguardo lontano e cerco di rimettere a fuoco la visione generale.

Solitamente due volte all’anno quando cerco di ritarare gli strumenti.

Capisco se qualcosa di grosso è cambiato, se ho scoperto nuove passioni che mi guidano, se le condizioni attorno a me sono mutate.

O semplicemente se quello che mi faceva luce sei mesi prima è ancora lì.

 

Questo lavoro mi aiuta a costruire il disegno che mi accompagnerà per i successivi mesi di lavoro, a ridarmi il senso quando le cose si fanno complesse, a segnare il cammino quando perdo la direzione.

 

E una volta che si impara a guardare avanti, è difficile non volerci arrivare!

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