Ti sembrerà strano, ma il mio è un lavoro

Ufficio condiviso a Milano per professionisti

Ti sembrerà strano, ma il mio è un lavoro

Avevo deciso già a Dicembre che questo sarebbe stato il titolo del mio primo post del 2019: “Ti sembrerà strano, ma il mio è un lavoro”

Facendo il bilancio del 2018, guardando cosa ha funzionato e cosa no; gli errori commessi e le sfide vinte; le occasioni perse e le energie sprecate, ho realizzato una cosa.

Per tante persone il mio non è un lavoro.

Cioè, capiscono che ci dedico tempo ed energie, che mi impegno e mi appassiono, ma non è un lavoro.

 

Forse perché non vado in ufficio?

No, perché adesso ho uno spazio dedicato alla mia attività e quel pensiero resta comunque.

 

Forse perché non ho dei colleghi?

No, perché seppur in modalità diversa ho delle persone con cui collaboro e con alcune di loro lo faccio anche periodicamente.

 

Forse perché non ho un capo?

No dai, questo lo ha compreso anche Carolina, anni 10, che alla domanda che lavoro fa tua mamma risponde “Mia mamma fa il capo di se stessa”!

Allora esattamente dov’è che il ragionamento si spezza?

Ho cercato sul dizionario.

Lavoro: L’applicazione di una energia (umana, animale o meccanica) al conseguimento di un fine determinato.

Lavorare: Impiegare le energie fisiche o intellettuali nello svolgimento di un’attività, impegnarsi.

Lavoratore: (tralascio la definizione giuridica perché non è molto al passo coi tempi…) Chi esercita un mestiere o una professione; chi si impegna con intensità e coscienza nel proprio lavoro.

Mestiere: Qualsiasi attività specifica, di carattere prevalentemente manuale, appresa per lo più con la pratica e il tirocinio ed esercitata quotidianamente e a scopo di guadagno

Professione: Attività esercitata in modo continuativo a scopo di guadagno.

Direi che ci siamo: le energie (sia fisiche che intellettuali) le applico, mi impegno con intensità e coscienza, lo faccio in modo continuativo, sul guadagno ci stiamo lavorando, ma conto sia l’anno della svolta…

 

Quindi cosa manca?

 

Poi si è accesa una lampadina, all’ennesimo “beata te che fai quello che ti piace”, “beata te che ti diverti”, “beata te che sei libera di andare a spasso il martedì mattina”, “beata te che te lo puoi permettere”.

 

Non riporto la frase che è passata nella mia mente per prima perché sono una signora.

Ma vorrei invece raccontarvi le considerazioni successive.

Non è scritto da nessuna parte che “lavoro” faccia per forza rima con “infelicità”.

Che se ci si diverte allora non si stia lavorando.

Mi batto, in senso metaforico, da anni per trasformare il senso del lavoro in qualcosa di positivo, perché la verità è che siamo cresciuti con l’idea che si debba accettare anche quello che non piace perché è lavoro, solo che oggi viviamo in un mondo dove il lavoro spesso non c’è. E quindi se ce lo dobbiamo inventare, almeno che sia una cosa che ci fa stare bene e ci diverta. Almeno proviamoci!

Perché posso lavorare anche se sono in un bar a bere un caffè; posso lavorare anche se sono in viaggio, a casa o su un treno; posso lavorare anche se rido come una matta.

E’ vero, faccio quello che mi piace, mi piace da matti.

Ogni mattina sono felice di alzarmi per fare il mio lavoro, anche quando ho mal di testa, mal di pancia e mal di stomaco.

 

E certamente mi diverto.

Tutte le volte che mi viene un’idea e la trasformo in progetto, tutte le volte che parlo con una delle persone che si rivolge a me per un consiglio o un supporto, tutte le volte che il mio posticino si apre all’esterno.

Anche se dietro ci sono progetti falliti, persone che mi trattano con poco rispetto, operai che lasciano i lavori a metà e beghe burocratiche infinite.

 

Sicuramente sono libera di andare a spasso il martedì mattina, ma magari lavoro 18 ore di fila per tre giorni oppure lavoro nel fine settimana o la sera fino a tardi.

 

E infine non “me lo posso permettere”, ma mi sto concedendo una possibilità per farlo. Non ho la sfera magica, non so come andrà a finire, ma so che lo voglio fare con tutta me stessa e farò di tutto per farcela.

Ieri alla televisione ascoltavo un’intervista a Mogol, che diceva “mi dicono che sono coraggioso, la realtà è che sono incosciente, è l’incoscienza che mi regala il coraggio“.

 

Ecco, questa frase riassume tutto.

 

E io oggi sono felice di essere così incosciente, altrimenti non vivrei tutto quello che sto vivendo, dovesse durare anche solo un altro giorno.

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