Le canne di bambù e l’arte di rimboccarsi le maniche

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Le canne di bambù e l’arte di rimboccarsi le maniche

Nelle mie ferie estive ho letto vari libri sulla cultura giapponese tra cui: “L’arte di passare all’azione

Tempo fa avevo letto un articolo su Internazionale che citava: “Questi cliché riflettono la convinzione diffusa che la cultura del sudest asiatico sia basata sulla lentezza, sull’introspezione e sulla ricerca della pace interiore, in altre parole, su quello che facciamo quando vogliamo sfuggire ai ritmi frenetici della vita moderna (ovviamente, occidentale). Ma …analizzando più a fondo le filosofie orientali…ci rendiamo conto che sono piene di consigli pratici. È vero, sulla copertina del libro troviamo le solite canne di bambù in riva a uno stagno, ma il suo contenuto è tutt’altro che placido.”

 

E devo ammettere che questo libro ne è la riprova.

Personalmente l’ho trovato un testo pieno di spunti pratici e idee da mettere in pratica.

E in questa fase di rientro si sta rivelando davvero prezioso.

Diciamo che, per usare un eufemismo, il rientro non è proprio come lo avevo immaginato e pianificato.

Innanzitutto non ero pronta psicologicamente a riprendere le attività di routine sulla casa che, per quanto a me non pesino, se sbattute in faccia tutte assieme rischiano di fare effetto schiacciasassi sulla pace acquisita in vacanza.

Aggiungiamo le vacanze scolastiche, con la coda di compiti (infiniti e tutti uguali) che stanno stremando mia figlia e me più di lei. Per altro i cambiamenti nelle operazioni più banali come per esempio il procedimento delle divisioni a più cifre, mi fanno sentire come se avessi fatto le elementari ai tempi della maestrina dalla penna rossa.

E infine un progetto che speravo partisse subito al mio rientro e che invece si sta riempiendo di complicazioni e arrovogliamenti, causati dalla superficialità di chi abita questo paese, cosa che in questo periodo di riflessioni generali non cade proprio benissimo (ma questa è un’altra storia).

 

In questo marasma emotivo si incastra uno splendido dialogo del testo sopra citato:

“Un monaco chiese al maestro Dongshan: ”Il caldo e il freddo scendono su di noi. Come possiamo evitarli?”

Dongshan rispose: ”Perché non vai dove non fa né caldo né freddo?”

Il monaco insistette”E dov’è questo luogo, dove non fa né caldo né freddo?”

Dongshan disse: “‘Quando fa freddo, lascia che faccia così freddo da ucciderti. Quando fa caldo, lascia che faccia così caldo da ucciderti”.

 

La teoria che sta sotto questo aneddoto è che, quando ci troviamo davanti a situazioni che provocano un disagio ricorriamo o all’evitamento, o alla rassegnazione, o alla lamentela.

Shoma Morita, psichiatra giapponese , propone, invece, l’arugamama: prendere le cose come sono.

L’arugamama è lo stato in cui non cerchiamo di fuggire dall’esperienza emotiva, ma la assorbiamo per continuare a dedicarci a ciò che per noi è importante.

Andiamo avanti a perseguire i nostri obiettivi, perché sono questi a dare significato alla nostra vita.

“Niente resistenza, niente lamentele, niente via di fuga”.

Comunemente si tende a pensare che l’accettazione sia immobilità, invece – secondo la terapia Morita – l’accettazione è il cuore dell’azione.

 

In questo testo viene definito “un approccio naturale che ci permette di passare all’azione tenendo conto delle circostanze”.

E così, mi sono presa del tempo per accettare che le cose non stavano andando come avevo preventivato.

Che ero arrabbiata e frustrata per questo.

Che mi sentivo stanca pur essendo appena stata in vacanza (e su questo mi hanno aiutato anche le parole della meravigliosa Giada).

E poi ho fatto esattamente quello che dovevo fare, puntando all’obiettivo che ho, che non è mai cambiato e che è sempre più chiaro dentro di me.

 

Perché l’ unica vera cosa importante è “restare fedeli alla missione che ci è stata assegnata”

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