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Il reframing per sbloccarsi

– “Devo superare questo labirinto, ma non c’è nessuna curva, nessuna apertura, niente di niente, va sempre avanti dritto.”

– “Guardi bene, è pieno di aperture, è che non le vede.”

– “Ma dove sono?”

– “Guardi ce n’è una proprio lì di fronte a lei… provi a passarci attraverso, capirà cosa intendo.”

– “C’è solo un muro, non ci sono passaggi.”

– “Tutto non è sempre come sembra in questo posto, perciò lei non può prendere niente per scontato.”

Negli ultimi anni mi sono appassionata allo studio del design thinking e del life design.

E riascoltando questo dialogo tra il Signor Verme e Sarah nel magico film Labyrinth, qualche giorno fa, mi è venuto spontaneo ripensare al reframing, che in queste discipline viene usato proprio per sbloccarsi nelle situazioni che sembrano senza via d’uscita.

Nella programmazione neuro linguistica (PNL), la parola reframing indica un processo che “prevede di cambiare il modo di percepire una situazione, e quindi cambiarne il significato”.

 

Il concetto alla base del reframing (dall’inglese frame, cornice) è che nessuna esperienza ha un valore positivo o negativo in assoluto. Assume infatti una connotazione diversa a seconda del contesto in cui la inquadriamo.

Osservando la situazione in cui ci troviamo da un punto di vista diverso, essa cambia significato e valenza. Questo ci permette quindi di modificare i nostri comportamenti all’interno dell’esperienza che viviamo, agendo in modo più consapevole.

Alcuni ritengono che il reframing sia un tentativo di negare/falsificare la realtà oppure di voler vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Io lo interpreto piuttosto come la possibilità di trovare un passaggio segreto nascosto in fondo al nostro “vicolo cieco”.

Proprio come nel film che ho citato prima.

Questo è ciò che mi affascina del concetto di reframing: fare un passo indietro, osservare un gli eventi da un’altra prospettiva per svelare indizi nascosti, e da lì procedere con una nuova consapevolezza.

Una modalità che mi corrisponde molto, e che propongo anche nei miei percorsi perché sono convinta che sia preziosa per tutte le donne (e le persone in generale) che hanno scelto la strada dell’imprenditoria.

Il reframing infatti è utile a diversi livelli.

Aiuta a districarsi nelle situazioni che ci fanno sentire bloccate a livello pratico o emotivo.

Stimola la creatività e la capacità di trovare nuovi approcci.

Ma anche, e forse soprattutto, ci permette di lavorare su noi stesse in un’ottica di crescita e miglioramento continuo perché ci aiuta a riconsiderare la vita in modo diverso.

Non si tratta più di una linea retta tra il punto A e il punto B, quanto piuttosto di un percorso in cui ogni tappa regala nuove informazioni e spunti che possiamo utilizzare per decodificare le nostre esperienze e ristrutturare il nostro modo di agire e reagire nel tempo.

Ecco allora che il corridoio dritto diventa più simile a una spirale da cui si diramano nuovi percorsi, e in cui il cammino stesso è parte del successo – non solo il mezzo per raggiungerlo.

In Design Your Life (che consigliavo anche qui), la classica domanda “Cosa vuoi fare da grande?” viene riproposta in una concezione più ampia: in chi o cosa vuoi trasformarti?

Amo questa immagine perché ha un potenziale enorme. Il suo dinamismo mi parla di possibilità, di crescita, di cambiamento. Elementi essenziali nel percorso umano e professionale di ciascuna di noi.

Certo, per rispondere a una domanda così profonda bisogna cambiare prospettiva. Smettere di cercare una meta o un punto di arrivo e identificare invece un processo (nel senso più ampio del termine) su cui vogliamo lavorare per realizzare la nostra visione.

In quest’ottica, credo che l’approccio circolare e ampio del reframing sia davvero prezioso. Ecco perché lo propongo, insieme ad altri strumenti, anche nella mia Bottega dei Saperi.

Voi cosa ne pensate?

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